Settimo Cielo di Sandro Magister Quanti diavoli in veste di agnelli, a Santa Marta e dintorni

Settimo Cielo di Sandro Magister

Quanti diavoli in veste di agnelli, a Santa Marta e dintorni

bertone

Due anni fa le quindici malattie. L’anno scorso le dodici medicine. Quest’anno papa Francesco, nel discorso di giovedì 22 dicembre per gli auguri natalizi alla curia romana, ha scelto di passare in rassegna le tre « resistenze » che allignano tra i prelati vaticani: le « aperte », le « nascoste » e soprattutto le « malevole ».

A lui la parola:

« Era necessario parlare di malattie e di cure perché ogni operazione, per raggiungere il successo, deve essere preceduta da approfondite diagnosi, da accurate analisi e deve essere accompagnata e seguita da precise prescrizioni.

« In questo percorso risulta normale, anzi salutare, riscontrare delle difficoltà, che, nel caso della riforma, si potrebbero presentare in diverse tipologie di resistenze:

– le resistenze aperte, che nascono spesso dalla buona volontà e dal dialogo sincero;

– le resistenze nascoste, che nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima;

– esistono anche le resistenze malevole, che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso “in veste di agnelli”). Questo ultimo tipo di resistenza si nasconde dietro le parole giustificatrici e, in tanti casi, accusatorie, rifugiandosi nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità, nel conosciuto, oppure nel voler portare tutto sul personale senza distinguere tra l’atto, l’attore e l’azione.

« L’assenza di reazione è segno di morte! Quindi le resistenze buone – e perfino quelle meno buone – sono necessarie e meritano di essere ascoltate, accolte e incoraggiate a esprimersi ».

Dopo di che il papa, come se si fosse tolto un peso, ha sciolto questo inno alla riforma della curia in corso:

« Tutto questo sta a dire che la riforma della curia è un delicato processo che deve essere vissuto:
con fedeltà all’essenziale,
con continuo discernimento,
con evangelico coraggio,
con ecclesiale saggezza,
con attento ascolto,
con tenace azione,
con positivo silenzio,
con ferme decisioni,
con tanta preghiera,
con profonda umiltà,
con chiara lungimiranza,
con concreti passi in avanti e – quando risulta necessario – anche con passi indietro,
con determinata volontà,
con vivace vitalità,
con responsabile potestà,
con incondizionata obbedienza;
ma in primo luogo con l’abbandonarci alla sicura guida dello Spirito Santo, confidando nel Suo necessario sostegno ».

Amen. Buon Natale, Santità!

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NOTA BENE !

Il blog “Settimo cielo” fa da corredo al sito “www.chiesa”, curato anch’esso da Sandro Magister, che offre a un pubblico internazionale notizie, analisi e documenti sulla Chiesa cattolica, in italiano, inglese, francese e spagnolo.

Gli ultimi tre servizi di « www.chiesa »:

21.12.2016
> Il papa non risponde ai quattro cardinali. Ma sono pochi quelli che lo giustificano
E sono sempre di più, invece, i cardinali e vescovi che si schierano a sostegno degli autori delle cinque domande di chiarimento sulle ambiguità di « Amoris laetitia ». Eccoli a uno a uno

16.12.2016
> A Francesco non piacciono i seminari. Perché formano preti « rigidi » e incapaci di « discernimento »
In pochi giorni, una raffica di rimproveri. Da cui traspare l’irritazione del papa per le critiche ad « Amoris laetitia », frutto anch’esse, a suo giudizio, di una mentalità legalistica e decadente

11.12.2016
> Bergoglio politico. Il mito del popolo eletto
Il papa della misericordia è anche quello dei « movimenti popolari » anticapitalisti e no-global. Muore Castro, vince Trump, crollano i regimi populisti sudamericani, ma lui non si arrende. È certo che il futuro dell’umanità è nel popolo degli esclusi

Gelida semilibertà per Vallejo Balda. È l’inverno della misericordia

balda

Riavvolgiamo il nastro e torniamo al 22 dicembre del 2012., quando la segreteria di Stato diramò il seguente comunicato:

« Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto visita in carcere al Sig. Paolo Gabriele, per confermargli il proprio perdono e per comunicargli di persona di avere accolto la sua domanda di grazia, condonando la pena a lui inflitta. Si è trattato di un gesto paterno verso una persona con cui il Papa ha condiviso per alcuni anni una quotidiana familiarità.

« Successivamente, il Sig. Gabriele è stato scarcerato ed è rientrato a casa. Benché non possa riprendere il precedente lavoro e continuare a risiedere in Vaticano, la Santa Sede, confidando nella sincerità del ravvedimento manifestato, intende offrirgli la possibilità di riprendere con serenità la vita insieme alla sua famiglia ».

Oggi invece ecco la scarna nota che la sala stampa della Santa Sede ha inoltrato via mail ai giornalisti accreditati, nella serata di martedì 20 dicembre:

« Considerato che il Rev. Vallejo Balda ha già scontato oltre la metà della pena, il Santo Padre Francesco gli ha concesso il beneficio della liberazione condizionale.

« Si tratta di un provvedimento di clemenza che gli permette di riacquistare la libertà. La pena non è estinta, ma egli gode di libertà condizionale.

« A partire da questa sera il sacerdote lascia il carcere e viene a cessare ogni legame di dipendenza lavorativa con la Santa Sede; rientra nella giurisdizione del Vescovo di Astorga (Spagna), sua diocesi di appartenenza ».

Questa volta nessuna « visita in carcere », nessun « perdono », nessuna « grazia », nessun « gesto paterno », nessuna « fiducia nella sincerità del ravvedimento », nessuna « estinzione della pena », ma solo un « provvedimento di clemenza » per una « libertà condizionale ».

Per non dire dell’assenza di qualsiasi cura per dare al reo – rispedito in patria – « la possibilità di riprendere con serenità la vita ».

Eppure era stato papa Francesco, dando retta ai suoi improvvidi consiglieri, a promuovere monsignor Lucio Ángel Vallejo Balda – assieme all’ineffabile Francesca Immacolata Chaouqui – al ruolo cruciale di segretario della Pontificia commissione referente sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa della Santa Sede. Con tutto ciò che ne è seguito, fino al processo e alla condanna dei due, lo scorso 7 luglio, per appropriazione e divulgazione illecita di documenti riservati, lo stesso reato per il quale era stato condannato quattro anni prima il maggiordomo pontificio Paolo Gabriele.

Ora monsignor Vallejo Balda non è più nella cella della gendarmeria vaticana. Ma colpisce il gelo con il quale è stato restituito a una semilibertà.

Un gelo che non reca la minima traccia del fervore con cui papa Francesco ha predicato durante il giubileo l’opera di misericordia corporale « visitare i carcerati » (udienza generale del 9  novembre) ed ha accolto in Vaticano una folta rappresentanza di detenuti (messa, Angelus e incontro pomeridiano di domenica 6 novembre), arrivando a dire: « Ogni volta che entro in un carcere mi domando: “Perché loro e non io?”.


16 dic

Sconcerto prima del concerto. E nel mirino del papa finisce anche l’Urbaniana

concerto

Del discorso di Francesco alla comunità dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, la sala stampa e « L’Osservatore Romano » di giovedì 15 dicembre hanno riprodotto solo il testo scritto.

Che però il papa ha abbondantemente sostituito con sue improvvisazioni, immortalate dal video integrale dell’udienza, diffuso dal Centro Televisivo Vaticano:

> Audience with Bambino Gesù Pediatric Hospital

Di queste improvvisazioni, hanno fatto notizia l’ennesima intemerata di Francesco contro la « corruzione », non però un altro paio di sue parole in libertà. Una più sconcertante dell’altra.

La prima (dal minuto 23′ 55 » al minuto 24’36 » del video) Francesco l’ha prodotta appena preso il microfono:

« Buongiorno. Ma prima di tutto devo chiedervi scusa per ricevervi così, un po’ dietro le quinte, sembra che vi ricevo in cucina, con tutti questi apparecchi qui, che sono per sabato, ma si vede che quelli incaricati di allestire il concerto si sono affrettati troppo, eh. Scusatemi perché questo non è un modo di ricevere la gente ».

Gli « apparecchi » di cui Francesco lamenta la presenza alle sue spalle (vedi foto) sono il palco, le sedie e i leggii predisposti per il coro e l’orchestra di un concerto in programma due giorni dopo nella medesima aula Nervi.

Un concerto con il cantante Claudio Baglioni, promosso dalla gendarmeria vaticana con una doppia finalità benefica: un ospedale pediatrico nella Repubblica Centrafricana, da affidare alla gestione proprio del Bambino Gesù, e una struttura per i bambini delle aree del Centro Italia colpite dal terremoto.

Il giorno precedente gli organizzatori del concerto avevano consegnato al papa i primi 500 mila euro donati dai benefattori. Più altri 500 mila già raccolti e pronti alla consegna.

E Francesco li ha ringraziati così.

*

La seconda parola in libertà è dal minuto 36’06 » al minuto 36’25 » del video, con una coda dal minuto 38’08 » al minuto 38’28 »:

« Mancano gli spazi, ci ha detto [Dino], ma lui ha una bella idea. La dottoressa Enoc [Mariella Enoc, la presidente dell’ospedale – ndr] gli dia l’apparecchio per fare il buco… e andare all’Urbaniana! […] Per i nuovi spazi io mi affido alla testardaggine della Enoc, perché lei vada avanti e consegua le cose, e qui in Vaticano ci sono tanti spazi belli! ».

Qui Francesco ha detto la sua sui piani di espansione dell’ospedale, che in effetti quasi confina con gli ampi spazi verdi della Pontificia Università Urbaniana, l’ateneo di proprietà della congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.

A « Propaganda Fide » devono aver sudato freddo, a questa sortita del papa. E anche al governatorato della Città del Vaticano.


12 dic

Papa Francesco a scuola di globalizzazione. Bocciato come Pinocchio

pinocchio

Nell’eloquio di papa Francesco ricorrono spesso delle teorie dall’origine e dalla fondatezza vaghe, ma che in lui si sono solidificate come certezze incrollabili, esplicative del tutto.

Ad esempio quella che ha richiamato un’ultima volta pochi giorni fa, in un’intervista al settimanale cattolico belga « Tertio »:

« C’è una teoria economica che non ho provato a verificare, ma l’ho letta in diversi libri: che nella storia dell’umanità, quando uno Stato vedeva che i suoi bilanci non andavano, faceva una guerra e rimetteva in equilibrio i propri bilanci. Vale a dire, è uno dei modi più facili per produrre ricchezza ».

Oppure l’altra teoria che a giudizio del papa spiega la crescita delle povertà e delle disuguaglianze di pari passo con l’avanzare del progresso, ribadita un’ultima volta nell’omelia del 13 novembre nella messa per il giubileo delle persone socialmente escluse:

« Così nasce la tragica contraddizione dei nostri tempi: quanto più aumentano il progresso e le possibilità, il che è un bene, tanto più vi sono coloro che non possono accedervi ».

Curiosamente, però, pochi giorni fa, l’8 dicembre, nella prima puntata di una nuova trasmissione di Rai2, questo mantra di papa Francesco è stato garbatamente ma inesorabilmente demolito.

La trasmissione è « Night Tabloid », un rotocalco da seconda serata condotto da Annalisa Bruchi, molto brava nello spiegare con semplicità e precisione le questioni economiche anche più complicate.

A un certo punto la conduttrice passa la parola al giovane Davide De Luca, dal piglio di ricercatore, che in un angolo della trasmissione rubricato come « Pagella politica » verifica a colpi di dati reali – « Fact checking » – ciò che di vero o di falso c’è nell’una o nell’altra teoria in voga.

Ebbene, nella prima puntata della serie, a finire sotto esame è stato proprio papa Francesco, per la sua frase richiamata poco sopra e fatta riascoltare dalla sua viva voce.

Con voto finale: « Pinocchio andante ». Come a dire: bugia.

Nel video della puntata, la « Pagella politica » comincia al minuto 42’50 »:

> Night Tabloid, 8 dicembre 2016

La domanda iniziale posta dalla conduttrice all’esaminatore è: « Questa globalizzazione ci ha impoverito oppure ci ha arricchito, e chi? ».

Ed ecco qui di seguito la trascrizione di come è andato l’esame. Con la bocciatura finale.

*

D. – Questa globalizzazione ci ha impoverito oppure ci ha arricchito, e chi?

R. – È una domanda a cui è difficile rispondere, ma ci possiamo provare. Di sicuro c’è una parte della popolazione dei paesi sviluppati che possiamo definire gli sconfitti della globalizzazione, cioè coloro che ci hanno perso.

Per esempio in Europa il 9,5 per cento della popolazione è a rischio di povertà nonostante abbia un lavoro. E questa categoria è in aumento: pensate che nel 2006 erano l’8,1 per cento. E in Italia la situazione è ancora peggiore, perché l’11,5 per cento della popolazione è a rischio di povertà nonostante abbia un lavoro, e nel 2006 erano il 9 per cento.

Secondo alcuni il problema è proprio la globalizzazione. Cioè, la globalizzazione ci ha aperto alla concorrenza con i paesi in via di sviluppo e quindi chi ha un lavoro a bassa qualificazione può essere oggetto di concorrenza da parte dei paesi in via di sviluppo.

Ma addirittura il papa, papa Francesco, è intervenuto proprio su questo tema e ci dice che non è un problema soltanto nostro ma è un problema mondiale: il progresso, la globalizzazione, sono un problema per tutti quanti. Ha detto: « Quanto più aumentano il progresso e le possibilità, il che è un bene, tanto più vi sono coloro che non possono accedervi ».

Il papa fa proprio un’equazione. Dice: più aumenta il progresso, più aumentano le persone che ne sono escluse.

E come abbiamo visto poco fa, è vero, in parte almeno, per i nostri paesi. Ma se allarghiamo lo sguardo al resto del mondo e guardiamo a che cosa è successo in tutto il pianeta, questa frase non sembra più così tanto corretta.

Prendiamo ad esempio il numero delle persone sottonutrite, cioè quelle che non hanno abbastanza per sfamarsi. Vediamo che nel 1990-92 erano il 18,6 per cento della popolazione dell’intero pianeta. Nel 2014-16, cioè venticinque anni dopo, si sono ridotte al 10,9 per cento.

Vediamo anche la povertà estrema, cioè di coloro che vivono com meno di 2 dollari al giorno. Nel 1990 erano il 35 per cento della popolazione di tutto il pianeta, uno su tre. Venticinque anni dopo, nel 2013, si sono ridotti al 10,7 per cento, uno su dieci. Perché sono tutti morti? No, perché in questo stesso periodo la popolazione mondiale è riuscita ad aumentare di 1,9 miliardi, e adesso siamo 7 miliardi di persone, molto meno povere, molto meno affamate.

Quindi, quando noi trasformiamo questa critica della globalizzazione, un po’ come fa il papa, in una critica assoluta e diciamo che tutti ci hanno rimesso, beh, insomma,  a costo di essere un po’ blasfemi, siamo costretti a dare al papa un: « Pinocchio andante ».

08 dic

« La barca di Pietro è senza timone ». Ventitré studiosi di cinque continenti rilanciano l’appello dei quattro cardinali al papa

firma

Ricevo e pubblico.

*

DICHIARAZIONE DI SOSTEGNO AI « DUBIA » DEI QUATTRO CARDINALI

Come studiosi e pastori d’anime cattolici, desideriamo esprimere la nostra profonda gratitudine e il nostro pieno sostegno alla coraggiosa iniziativa dei quattro membri del collegio dei cardinali, le loro eminenze Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Carlo Caffarra, Joachim Meisner.

Essi, come è ampiamente noto, hanno sottoposto formalmente quattro « dubia » a papa Francesco, richiedendogli di chiarire cinque punti fondamentali della dottrina cattolica e della disciplina sacramentale, il cui trattamento, nel capitolo VIII della recente esortazione apostolica « Amoris laetitia », sembra essere in conflitto con la Sacra Scrittura e/o con la Tradizione, e con gli insegnamenti dei precedenti documenti pontifici, in particolare l’enciclica « Veritatis splendor » e l’esortazione apostolica « Familiaris consortio » del papa san Giovanni Paolo II.

Il papa ha finora declinato di rispondere ai quattro cardinali. Ma, dato che in sostanza ciò che si domanda è se gli importanti documenti menzionati richiedono ancora il nostro pieno assenso, riteniamo che  il persistente silenzio del Santo Padre possa esporlo all’accusa di negligenza nell’esercizio del ministero petrino di confermare i suoi fratelli nella fede.

Vari prelati di spicco hanno aspramente criticato la richiesta dei quattro cardinali, senza tuttavia dare un contributo al chiarimento delle loro pertinenti domande. Abbiamo letto tentativi di interpretazione dell’esortazione apostolica in un’ “ermeneutica di continuità”, da parte del cardinale Christoph Schönborn e del professor Rocco Buttiglione, ma non vi abbiamo trovato alcuna prova della loro tesi secondo cui gli elementi nuovi che si trovano in « Amoris laetitia » non contrasterebbero con la legge divina, ma contemplerebbero solo legittimi cambiamenti nella pratica pastorale e nella disciplina ecclesiastica.

In effetti, secondo vari commentatori, tra cui in particolare il professor Claudio Pierantoni in un recente studio storico-teologico, hanno argomentato che, come risultato della diffusa confusione e della divisione che è conseguita alla promulgazione di « Amoris laetitia », la Chiesa universale sta entrando in un momento gravemente critico della sua storia, che presenta allarmanti somiglianze con la grande crisi ariana del IV secolo. Durante tale conflitto catastrofico, la maggioranza dei vescovi, compreso perfino il successore di Pietro, vacillarono sulla stessa divinità di Cristo. Molti non caddero pienamente nell’eresia; tuttavia, disarmati dalla confusione o debilitati dalla timidezza, cercarono formule di convenienza o di compromesso, nell’interesse della “pace” e dell’“unità”.

Oggi siamo testimoni di una simile crisi metastatica, questa volta su aspetti fondamentali della vita cristiana. Da una parte si continuano a predicare, a parole, l’indissolubilità del matrimonio, il carattere gravemente peccaminoso della fornicazione, dell’adulterio e della sodomia, la santità della sacra eucaristia e la terribile realtà del peccato mortale. Dall’altra, tuttavia, un numero crescente di importanti prelati e teologi stanno incrinando o negando di fatto tali dottrine – e persino l’esistenza stessa delle proibizioni negative assolute, senza eccezioni, della legge divina, che governano la condotta sessuale – con il loro esagerato e unilaterale accento sulla “misericordia”, l’“accompagnamento pastorale” e le “circostanze attenuanti”.

Dato che il pontefice regnante lancia segnali assai confusi in questa battaglia contro “i principati e le potestà” del Nemico, la barca di Pietro sta andando pericolosamente alla deriva, come una nave senza timone e, in effetti, mostra sintomi di incipiente disintegrazione.

In tale situazione, crediamo che tutti i successori degli Apostoli abbiano un grave e urgente dovere di parlare con chiarezza e forza per confermare gli insegnamenti morali esposti chiaramente nel magistero dei papi precedenti e del Concilio di Trento. Diversi vescovi e un altro cardinale hanno già affermato di considerare pertinenti e opportuni i cinque « dubia ». Da parte nostra, speriamo ardentemente e preghiamo ferventemente, perché molti altri aderiscano ora pubblicamente non solo alla rispettosa domanda dei quattro cardinali al successore di Pietro, perché confermi i suoi fratelli su questi cinque punti della fede “che è stata trasmessa ai santi una volta per sempre” (Gd 1, 3), ma anche alla raccomandazione del card. Burke secondo cui, se il Santo Padre dovesse omettere di farlo, i cardinali collettivamente gli si rivolgeranno con una forma di correzione fraterna, nello spirito dell’ammonizione fatta da san Paolo all’apostolo Pietro ad Antiochia (Gal 2, 11).

Affidiamo questo grave problema alle mani e all’intercessione celeste dell’Immacolata Vergine Maria, Madre della Chiesa e vincitrice di tutte le eresie.

8 dicembre 2016, Festa dell’Immacolata Concezione

Msgr. Ignacio Barreiro Carambula, STD, JD, Chaplain and Faculty Member of the Roman Forum

Rev. Claude Barthe, France

Dr. Robert Beddard, MA (Oxon et Cantab), D.Phil (Oxon), Fellow emeritus and former Vice Provost of Oriel College, Oxford

Carlos A. Casanova Guerra, Doctor of Philosophy, Full Professor, Universidad Santo Tomás, Santiago de Chile

Salvatore J. Ciresi MA, Notre Dame Graduate School of Christendom College, Director of the St. Jerome Biblical Guild

Luke Gormally, PhL, Director Emeritus, The Linacre Centre for Healthcare Ethics (1981-2000); Sometime Research Professor, Ave Maria School of Law, Ann Arbor, Michigan (2001-2007); Ordinary Member, The Pontifical Academy for Life

Rev. Brian W. Harrison OS, MA, STD, Associate Professor of Theology (retired); Pontifical Catholic University of Puerto Rico; Scholar-in-Residence, Oblates of Wisdom Study Center, St. Louis, Missouri

Rev. John Hunwicke, MA (Oxon.), Former Senior Research Fellow, Pusey House, Oxford; Priest of the Ordinariate of Our Lady of Walsingham; Member, Roman Forum

Peter A. Kwasniewski PhD (Philosophy), Professor, Wyoming Catholic College

Rev. Dr. Stephen Morgan DPhil (Oxon), Oeconomus Diocese of Portsmouth, Lecturer in Sacramental Theology, Associate Staff, Maryvale Institute

Don Alfredo Morselli STL, Parish priest of the Archdiocese of Bologna

Rev. Richard A. Munkelt PhD (Philosophy), Chaplain and Faculty Member, Roman Forum

Rev. John Osman MA, STL, Parish priest in the archdiocese of Birmingham, former Catholic chaplain to the University of Cambridge

Dr Paolo Pasqualucci, Professor of Philosophy (retired) University of Perugia

Dr Claudio Pierantoni, Professor of Medieval Philosophy in the Philosophy Faculty of the University of Chile, Former Professor of Church History and Patrology at the Faculty of Theology of the Pontificia Universidad Católica de Chile, Member of the International Association of Patristic Studies

Dr John C. Rao D.Phil (Oxon.), Associate Professor of History, St. John’s University (NYC), Chairman, Roman Forum

Dr Nicholas Richardson. MA, DPhil (Oxon.), Fellow emeritus and Sub-Warden of Merton College, Oxford, and former Warden of Greyfriars, Oxford

Dr Joseph Shaw MA, DPhil (Oxon.), Senior Research Fellow and Tutor in Philosophy at St Benet’s Hall, Oxford University

Dr Anna M. Silvas FAHA, Adjunct research fellow, University of New England,  Armidale, NSW, Australia

Michael G. Sirilla PhD, Director of Graduate Theology, Franciscan University of Steubenville, Ohio

Professor Dr Thomas Stark, Phil.-Theol. Hochschule Benedikt XVI, Heiligenkreuz

Rev. Glen Tattersall, Parish Priest, Parish of Bl. John Henry Newman, Archdiocese of Melbourne; Rector, St Aloysius’ Church, Melbourne

Rev. Dr David Watt STL, PhD (Cantab.), Priest of the Archdiocese of Perth; Chaplain, St Philomena’s chapel, Malaga

*

I « dubia » dei quattro cardinali, in sei lingue:

> « Fare chiarezza ». L’appello di quattro cardinali al papa

Il parallelo con la crisi ariana del quarto secolo:

> Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

La versione inglese della dichiarazione dei ventitré esce oggi su « Rorate Caeli », mentre in quest’altra pagina c’è la versione spagnola:

> Declaración de apoyo a los « dubia » de los cuatro cardenales

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POST SCRIPTUM – Due giorni dopo la pubblicazione, altri tre studiosi hanno sottoscritto la dichiarazione:

Cyrille Dounot JCL, Professor of Law the University of Auvergne, licencié en droit canonique, ecclesiastical advocate, archdiocese of Lyon

Rev. Nicholas L. Gregoris, STD, General Manager, The Catholic Response

Rev. Peter M. J. Stravinskas, PhD, STD, Publisher, Newman House Press Editor & Publisher, The Catholic Response


07 dic

Il Fidel da non dimenticare. Così pacifista da terrorizzare perfino Kruscev

castro

Nell’alluvione di omaggi al defunto Fidel Castro, che ha contagiato anche titolate testate cattoliche, le voci vaticane ufficiali si sono attenute a un sobrio riserbo. Un riserbo perfettamente in linea con il totale silenzio sulle brutture del regime castrista meticolosamente osservato in occasione del viaggio di papa Francesco a Cuba, nel settembre del 2015:

> Le due facce del viaggio americano

Per fortuna, però, non sono mancate le voci fuori dal coro. Una in particolare, quella dell’ambasciatore Sergio Romano, che sul « Corriere della Sera » del 6 dicembre ha inferto un colpo micidiale al santino di Fidel Castro uomo di pace.

Romano ha ritirato fuori un capitolo quasi da tutti ignorato o dimenticato: quello del ruolo di Castro nella vicenda dei missili nucleari russi a Cuba, che nel 1962 portò il mondo sull’orlo di una guerra atomica, disinnescata « in extremis » anche grazie – si disse – agli sforzi pacificatori di papa Giovanni XXIII.

È il capitolo consegnato alla storia da Sergej Kruscev, che nelle sue memorie ha raccontato la drammatica conversazione che ebbe luogo in quei giorni fra suo padre Nikita, allora segretario generale del partito comunista sovietico, e Oleg Trojanovskij, l’onnipresente funzionario che faceva da interprete per i capi sovietici in tutte le conversazioni con i dirigenti americani.

Lasciamo la parola a Romano:

«Trojanovskij disse di avere appena letto una lettera di Castro in cui il leader cubano si dichiarava convinto che la guerra sarebbe scoppiata nel giro di due o tre giorni e che occorreva impedire agli americani di usare per primi l’arma nucleare. Il senso della lettera era chiaro: occorreva giocare d’anticipo e colpire gli Stati Uniti con i missili nucleari della base cubana. « Cosa? », disse Nikita Kruscev. « Ci sta proponendo di cominciare una guerra nucleare? ». Trojanovskij rispose che quello, effettivamente, sembrava essere il senso della lettera di Castro.

«Kruscev allora esplose: « È una follia. Abbiamo collocato i missili a Cuba per prevenire un attacco contro l’isola e difendere il socialismo. Ma ora Castro non è soltanto disposto a morire; vuole portarci con sé ». E aggiunse: « Ritirate i missili il più presto possibile. Prima che sia troppo tardi. Prima che accada qualcosa di terribile ». Non basta: telegrafò al comandante sovietico nell’isola di impedire che qualsiasi cubano si avvicinasse alla base. Temeva evidentemente che Castro, con un colpo di mano, si impadronisse dei missili e desse fuoco alla miccia della terza guerra mondiale».

Romano commenta:

«Credo che questo episodio rispecchi fedelmente il carattere di Castro. Non era un marxista-leninista, seguace di una ideologia non priva di razionalità e capacità riflessive. In alcuni momenti della sua vita era un hidalgo spagnolo, un Cid Campeador, un torero, forse addirittura un Don Chisciotte».

*

POST SCRIPTUM – Obietta un lettore ispanico a queste ultime righe:

« Verdadera cita pero comparación errada. El torero se expone el solo. Don Quijote  también y se exponía por salvar a otros. Y El Cid tenía la lealtad de su tropa por cuidarla y no exponerla innecesariamente. Era valiente y noble. Castro ni lo uno ni lo otro. Solo orgullo, egoísmo y rabia satánica ».


04 dic

Povero san Francesco Saverio, così fissato nel far tutti quei « proseliti »

saverio

All’Angelus di oggi, 4 dicembre, seconda domenica di Avvento, papa Francesco non si è trattenuto dal tirare un’ennesima bordata contro quella bestia nera che è per lui il « proselitismo« .

Distaccandosi dal testo scritto, ha detto:

« Quando un missionario va ad annunciare Gesù, non va a fare proselitismo, come se fosse un tifoso che cerca per la sua squadra più aderenti. No, va semplicemente ad annunciare: ‘Il regno di Dio è in mezzo a voi!’. E così il missionario prepara la strada a Gesù ».

Eppure in italiano, propriamente, la parola « proselito » non ha nulla di negativo, semplicemente indica « chi da poco si è convertito a una religione » (Nuovo Zingarelli).

E tanto meno risulta che i missionari cattolici si comportino oggi come tifosi da stadio, nel mettere in pratica il comandamento di Gesù risorto: « Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato » (mt 28, 19-20).

Ma ancor meno comprensibile appare il rimprovero del papa se appena si torna indietro di un giorno nel calendario liturgico, al 3 dicembre, festa di san Francesco Saverio (1506-1552), gesuita come Jorge Mario Bergoglio, tra i primissimi compagni di santi’Ignazio di Loyola e missionario instancabile nel predicare, convertire e battezzare un numero sterminato di nuovi seguaci della fede cristiana, cioè, appunto, di nuovi proseliti, in India, nelle Molucche, in Giappone e infine sulle coste della Cina, dove morì.

« Talmente grande è la moltitudine dei convertiti – scrisse quel santo missionario in una sua lettera – che sovente le braccia mi dolgono tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua ».

Testimoni dell’epoca calcolarono in cinquecentomila, se non addirittura in un milione, i convertiti dalla predicazione di quel santo gesuita. Che infatti fu proclamato patrono delle missioni in Oriente dal 1748, dell’Opera della propagazione della fede dal 1904 e di tutte le missioni dal 1927, assieme a santa Teresina del Bambino Gesù.

Ma niente da fare. Ancor fresco della celebrazione liturgica di questo suo grandissimo confratello, papa Bergoglio non ha trovato di meglio che mettere alla gogna per l’ennesima volta un immaginario peccato di « proselitismo », invece di riproporre come esempio per la tiepida, troppo tiepida Chiesa d’oggi la formidabile dedizione missionaria di quel santo.

Per non dire poi che se san Francesco Saverio si fosse astenuto dal far proseliti, quando nel 1548 sbarcò in Giappone, e altri suoi compagni avessero fatto lo stesso, nemmeno ci sarebbe stata materia per il film « Silence » di Martin Scorsese di cui il papa s’è mostrato tanto compiaciuto. nel ricevere il 30 novembre il regista: un film tutto costruito sul dramma di missionari gesuiti, di convertiti, di « lapsi » e di martiri, in quei tempi durissimi di persecuzione.


01 dic

Cina. Due vescovi impresentabili, per farne uno nuovo

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Su « Avvenire » di oggi Agostino Giovagnoli ha salutato con molto ottimismo le due ordinazioni episcopali fatte in Cina a fine novembre, più una terza in arrivo all’inizio di questo mese. Le ha presentate come la felice sperimentazione di « un ‘modus operandi’ che potrebbe costituire la sostanza di un accordo formale tra le due parti », cioè tra Roma e Pechino, ormai vicino alla meta.

Giovagnoli insegna storia all’Università Cattolica di Milano ed è rappresentante di prim’ordine della Comunità di Sant’Egidio, cioè di quella presunta « diplomazia parallela » che da decenni fa il controcanto – né richiesto né gradito – ai diplomatici vaticani in vari teatri del mondo. E la Cina è appunto uno di questi teatri.

Solo che una delle due ordinazioni non è stata affatto di buon auspicio. Anzi. È suonata  come uno schiaffo dato dalle autorità cinesi alla Chiesa cattolica.

Il fattaccio è successo il 30 novembre a Chengdu, la capitale della regione di Sichuan, nella Cina centrale.

Il nuovo vescovo, Giuseppe Tang Yuange, 53 anni, era stato designato da Roma nel maggio del 2014. In seguito anche le autorità cinesi avevano approvato la sua nomina. Ma quando si è giunti al dunque, cioè alla sua ordinazione, le autorità comuniste hanno deciso loro da chi farlo ordinare. E hanno infilato a forza nel quintetto dei vescovi consacranti un paio di nomi che per Roma sono come un affronto.

Per cominciare, il vescovo che ha presieduto il rito di consacrazione è stato sì riconosciuto tempo fa anche dal Vaticano, ma non ha mai troncato i suoi legami strettissimi con il regime, dei cui ordini è uno dei più fedeli esecutori. Il suo nome è Fang Xingyao, è vescovo di Linyi, nello Shandong, è vicepresidente della conferenza episcopale fantoccio messa in piedi dalle autorità politiche senza naturalmente annettervi i circa trenta vescovi « clandestini » non ufficialmente riconosciuti, ma soprattutto è presidente dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi, che è la vera macchina di controllo del regime sulla Chiesa, bollata da Benedetto XVI nel 2007 come « incompatibile con la dottrina cattolica ».

Ma il secondo nome suona ancora peggio. Si tratta del vescovo Lei Shiyin di Leshan, nel Sichuan, il quale non solo non è stato mai riconosciuto da Roma, ma è incorso nella scomunica proprio per essere stato ordinato illecitamente, nel 2011, e ordinato proprio da monsignor Fang Xinyao, a cui è legatissimo anche nell’Associazione patriottica, di cui è vicepresidente su scala nazionale e presidente nel Sichuan.

In più, a quell’ordinazione illecita del 2011 aveva preso parte anche il vescovo di Pechino Li Shan, altro cattivo esempio di vescovo « ufficiale » riconosciuto da Roma ma poi tornato al pieno servizio delle autorità di regime.

Lei Shiyin è uno degli otto vescovi cinesi riconosciuti dal governo ma pubblicamente scomunicati da Roma. Ed è anche uno dei più difficili da riportare all’ovile, dato che su di lui pende l’accusa di avere amanti e figli.

Ebbene, è proprio da questa coppia di impresentabili che le autorità cinesi hanno preteso che il nuovo vescovo di Chengdu fosse ordinato, lo scorso 30 novembre. E c’è voluto un cordone di poliziotti per assicurare l’ingresso in cattedrale del secondo, che un gruppo di fedeli aveva tentato invano di bloccare, issando un cartellone di protesta.

L’ultimo incontro tra le delegazioni di Roma e di Pechino che stanno negoziando un accordo sulla nomina dei vescovi si è svolto a metà novembre.

Ma se questi sono i fatti, un accordo che non sia un cedimento della Chiesa appare ancora lontano, molto lontano.


29 nov

Ei fu. La lacrima del papa, il pianto greco del patriarca Kirill, il ciglio asciutto dei vescovi cubani

Castro

Alla morte di Fidel Castro le reazioni ufficiali dei capi di Chiesa sono state variamente modulate, come mostra il confronto tra quelle del papa, del patriarca di Mosca e dei vescovi cubani.

Papa Francesco ha espresso la sua tristezza con un sobrio telegramma al fratello e successore del defunto, Raúl:

> « Al recibir la triste noticia… »

Esuberante, invece, è stato il messaggio del patriarca di Mosca, Kirill. che dopo aver espresso a Raúl il suo « profondo dolore », si è profuso in un peana alla memoria del defunto:

« Il ‘Comandante Fidel’ è stato uno dei più famosi e prominenti capi di Stato dei nostri tempi. Ha guadagnato autorità internazionale ed è divenuto una leggenda già durante la sua vita. Essendo carne della carne del popolo cubano, ha dedicato tutti i suoi sforzi per rendere la sua patria veramente indipendente e capace di occupare un posto di rilievo nella famiglia delle nazioni di tutto il mondo.

« Nella Chiesa ortodossa russa il nome di Fidel Castro è sempre pronunciato con rispetto e gratitudine. Con la partecipazione personale del ‘Comandante’, una chiesa dedicata alla Icona di Kazan della Madre di Dio è stata eretta all’Avana, di cui Fidel, come disse lui stesso, era ‘il sovrintendente della costruzione’.

« Conservo la calda memoria dei miei incontri con il ‘Comandante Fidel’. Sono sempre stato colpito dalla sua intelligenza ampia e acuta, dall’abilità di parlare con competenza sui più diversi argomenti. Il nostro ultimo colloquio ebbe luogo il 13 febbraio 2016, nella sua abitazione, il giorno dopo il mio incontro con il papa di Roma Francesco.

« Custodirò sempre nel mio cuore la buona memoria di quest’uomo coraggioso e carismatico, un amico sincero della Chiesa ortodossa russa ».

Se si passa però ai vescovi cubani, che Castro e il castrismo lo conoscono molto più da vicino, la musica cambia. E di parecchio.

Nel loro stringato comunicato, la notizia della morte è data senza aggettivi. I vescovi esprimono cordoglio ai famigliari e alle autorità, raccomandano a Dio l’anima del « Dr. Fidel Castro Ruz » e concludono con questo auspicio, senza più nominare il defunto:

« Poniamo sotto il manto della Vergine della Carità del Cobre, nostra Madre e Patrona, il futuro della patria, perché ella ci protegga e ci ispiri a lavorare insieme al fine di realizzare il sogno per il quale José Martí dedicò la sua vita: ‘Una patria con tutti e per il bene di tutti' ».


25 nov

L’amico protestante del papa nella cabina di regia de « L’Osservatore Romano »

Figueroa

Da qualche tempo c’è una firma che compare con sempre più evidenza su « L’Osservatore Romano », anche in prima pagina e anche nelle colonne degli editoriali.

È quella di Marcelo Figueroa, che da settembre dirige la nuova edizione settimanale de « L’Osservatore Romano » creata espressamente per i lettori dell’Argentina.

Figueroa è lui stesso argentino. E non è cattolico ma protestante, pastore della Chiesa presbiteriana e direttore per venticinque anni della Società biblica argentina.

Soprattutto, però, è amico di lunga data di Jorge Mario Bergoglio, che l’ha voluto vicino a sé anche nel recente suo viaggio a Lund, per la celebrazione dei cinquecento anni della Riforma luterana.

Ed è proprio questa sua stretta amicizia col papa che spiega l’inaudito ingresso di un protestante nella cabina di regia del giornale ufficiale della Santa Sede.

In Argentina, fu Figueroa a far sedere allo stesso tavolo, con lui in mezzo, l’allora arcivescovo di Buenos Aires e il rabbino ebreo Abraham Skorka, per una serie di colloqui trasmessi da Canal 21, la TV dell’arcidiocesi, e poi trascritti in un libro edito in italiano dalla Libreria Editrice Vaticana col titolo: « Conversazioni sulla Bibbia« .

Quel ciclo d’incontri fu interrotto alla trentaduesima puntata dall’elezione di Bergoglio a papa. La trentatreesima, rimasta inattuata, avrebbe avuto per argomento la parola « amicizia », come ha raccontato poi Figueroa su « L’Osservatore Romano ».

Oggi Figueroa a Santa Marta è di casa. Nella primavera del 2015, sottoposto in patria a un delicato intervento chirurgico, Francesco gli è stato vicino con continue telefonate e lettere. Dopo che s’era ristabilito, nel settembre dello stesso anno il papa gli ha dato una lunga intervista per FM Milennium 106.7, emittente radiofonica di Buenos Aires. E un anno dopo l’ha appunto promosso al ruolo di cui si è detto, non solo di direttore dell’edizione settimanale argentina de « L’Osservatore Romano » ma anche di « columnist » dell’edizione quotidiana maggiore.

La sua investitura solenne in quest’ultimo ruolo è stato un curioso articolo a due voci tra lui e l’indiscussa numero uno degli editorialisti de « L’Osservatore », oltre che coordinatrice del suo supplemento femminile « Donne Chiesa Mondo », Lucetta Scaraffia:

> La sfida ecumenica latinoamericana

L’articolo, su un’intera pagina de « L’Osservatore Romano » del 5 novembre, è costruito in forma di colloquio ed è una sorta di bilancio della trasferta del papa a Lund e quindi dello stato attuale dei rapporti tra cattolici e protestanti.

Ma ha un precedente che è utile richiamare.

Pochi giorni prima, il 1 novembre, Lucetta Scaraffia aveva pubblicato sul « Corriere della Sera » un articolo sullo stesso argomento che aveva sollevato sconcerto in campo cattolico:

> Lutero, le 95 tesi e il Pontefice latino che oggi cancella secoli di conflitti

In esso scriveva:

« Oggi molti dei profondi dissensi che hanno causato la scissione della Chiesa non hanno più ragion d’essere: il problema della salvezza – solo per grazia divina come diceva Lutero o attraverso le opere e la mediazione del clero, come voleva la Chiesa cattolica – non assilla più nessuno. Così come le indulgenze sono scomparse dal nostro orizzonte, e pure l’aldilà sembra da decenni dileguato. Perché allora litigare ancora su tutto questo? E come litigare ancora sul libero accesso ai testi sacri, se oggi anche i cattolici sono abituati a leggere la Bibbia nelle edizioni che preferiscono, in gruppi di lettura e di commento animati dalla più grande vivacità? Certo, rimangono questioni teologiche aperte, come i sacramenti – ridotti di numero dai luterani – ma queste sono per lo più questioni che non toccano molto i fedeli ».

Ai lettori cattolici più avvertiti (come Costanza Miriano, vedi « Il Foglio » del 4 novembre) queste parole erano sembrate esprimere non una comprensibile preoccupazione per lo svuotamento dei capisaldi della fede cristiana ad opera dell’ondata secolarizzante, ma piuttosto una soddisfatta presa d’atto dell’avvenuto sgombero del contenzioso dottrinale con i protestanti, « grazie al quale – sempre a detta di Scaraffia – il dialogo fra cattolici e luterani è messo in condizione di andare al di là delle divergenze teologiche ». Finalmente.

Sta di fatto che, pochi giorni dopo, Lucetta Scaraffia è tornata a scrivere tali e quali quelle sue considerazioni non sul laico « Corriere », ma sul giornale ufficiale del papa, in duetto con il collega protestante Figueroa, che mostrava di condividerle appieno.

Da parte protestante non risulta che vi siano state reazioni a questo disinvolto aggiornamento del percorso ecumenico fatto dalle prime due penne de « L’Osservatore Romano ».

Di certo, tra i valdesi italiani c’è stato nervosismo, negli stessi giorni, per come il fondatore de « la Repubblica », il laicissimo Eugenio Scalfari, ha scritto di Lutero e del protestantesimo nel riferire sul suo giornale la telefonata che papa Francesco gli aveva fatto, alla vigilia del viaggio a Lund, proprio perché – parole di Scalfari – « desiderava parlare con me di quella Riforma »:

> Francesco, Lutero e il valore condiviso della Riforma

A ribattere a quest’altro amico di riguardo di Bergoglio, con una micidiale stroncatura, è stato nientemeno che il teologo valdese più autorevole e stimato anche in campo cattolico, Paolo Ricca, su « Riforma » dell’8 novembre:

> Lutero e l’Evangelo della grazia incondizionata

Avventure e disavventure del nuovo corso ecumenico.

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